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01/09/2010 - Stevanin Vuole Farsi Frate

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Il serial killer Gianfranco Stevanin condannato all ' ergastolo per l ' omicidio di almeno cinque donne , dopo sedici anni di carcere decide di diventare un frate dell ' ordine francescano .





Il serial killer delle prostitute , il mostro di Terrazzo , colui che si immortalava in fotografie con donne in cui si intratteneva in rapporti sessuali estremi , in cui le uccideva , le tagliava a pezzi , per un totale di sette mila immagini ed infine si disfaceva dei corpi seppellendoli nei campi di famiglia o gettandoli nei canali , colui che rasava peli pubici di donna per imbottirsi un cuscino intero : ha deciso di farsi frate .

All ' età di cinquanta anni , dopo averne passati sedici in carcere , scontando la condanna a vita per l ' uccisione di cinque donne ; Stevanin fa sapere di aver trovato la sua vocazione .

Da cinque anni parla regolarmente con un frate francescano che lo viene a trovare in carecre .

Stevanin ha dichiarato : "
La notizia più bella che ho ricevuto in questi sedici anni è sapere che la Chiesa non mi chiude la sua porta . Sento il bisogno di dare una direzione alla mia vita disordinata . Anche San Francesco ha cambiato la sua , dopo l ’incontro con il lebbroso . Io vorrei seguire il suo esempio , cioè rispondere al comando di Gesù:  “Vai e ripara la mia Chiesa che cade in rovina ”. Vorrei poter prendere malta e sassi per compiere questa missione " .

E quando gli si chiede se è pentito per quello che ha fatto risponde : " Io sto pagando la giustizia degli uomini . Mi dicono che quella di Dio dovrò pagarla quando sentirò il bisogno di chiedere perdono alle mie vittime e ai loro parenti . Ma devo essere onesto, lo sono sempre stato: io mi sento a posto con me stesso. Posso dire che è vero quel che i giudici sostengono abbia commesso , ma io non ricordo niente . A voi sembrerà un paradosso , ma alla fine di tutto io non so perché mi trovo qui . E potrei pentirmi soltanto semi ricordassi di avere fatto qualcosa. Siccome non mi rendo conto , non ho niente da perdonarmi» .

Adesso si tratta di capire se la sua è una conversione sincera e , a tal proposito sarà seguto da un frate vocazionalista mandato dai francescani che valuterà ciò per tutto il tempo necessario .

Il percorso che vuole intraprendee sarà difficile, visto la condanna a vita che si porta dietro, ma prima o poi Stevanin beneficierà di permessi premio, che gli spettano visto anche la sua condotta pressochè ottima all' interno del carcere e, magari in quei permessi il convento dei francescani potrà accorglierlo.

Staremo a vedere.

Personalmente, non credo nella reale conversione di Stevanin , semplicemente perchè stiamo parlando sempre di uno psicopatico , che non prova assolutamente rimorso per il male fatto, a dimostrazione di ciò c' è la stessa dichiarazione di Stevanin che dice di non pentirsi di quello che ha fatto, perchè non ricorda di averlo fatto. Mentre credo che un uomo di fede sincera avrebbe quanto meno chiesto perdono o risposto diversamente, sicuramente non  con una negazione di colpa. Non vorrei quindi che questo sia un misero tentativo di fuga da parte del mostro di Terrazzo.

 
Aggiornamento:

17/12/2011 - Gianfranco Stevanin Sarà Presto Fuori Dal Carcere Ma Non Diventerà Frate
 
Ad oltre un anno di distanza, dalla volontà espressa dal serial killer veronese di voler diventare un frate, Gianfranco Stevanin ritorna a far parlare di se. Infatti, avrebbe già maturato i requisiti necessari per ottenere dei permessi premio e, ne parla in un' intervista epistolare concessa al Corriere del Veneto.

Di seguito riporto l' intervista per intero:

Che persona è, oggi, Gianfranco Stevanin?
«Potrei risponderle, un po’ semplicisticamente, che la mia pazienza è notevolmente aumentata e si è sviluppata anche la mia adattabilità. Ho imparato inoltre a sfruttare in modo costruttivo il tempo che ho a disposizione».

Ad esempio studiando…«Mi sono iscritto al maggior numero di corsi disponibili e sto cercando di arrivare alla maturità superiore, studi che interruppi in gioventù a causa di un incidente motociclistico. Gli studi per ora vanno bene e mi piacciono, come mi piace tutto ciò che può arricchire il mio bagaglio culturale…».

Chi in questi anni le è stato vicino, assicura che è cambiato. Cosa le ha insegnato il carcere? «Non è facile rispondere in due parole… La funzione del carcere è quella di essere "rieducativo" in merito a ciò che di male si è commesso. Ma non sempre la prigione riesce a esserlo, specialmente in una situazione carceraria come quella odierna. Nel mio caso, però, sarebbe stato utile stabilire meglio in che misura ero cosciente di quel che facevo all’epoca dei fatti. Quantomeno per stabilire il tipo di rieducazione di cui necessitavo. Nonostante tutto, secondo la mia modesta opinione, l’obiettivo è stato raggiunto».

Un anno fa è circolata la voce che volesse farsi frate, sarà davvero questo il suo futuro? «Avendo deciso di dedicare la mia vita al volontariato o, comunque, a fare del bene seguendo i dettami del cattolicesimo, farmi frate sarebbe probabilmente la cosa più indicata. Il mio passato, però, mi porta a escludere questa possibilità. E poi, in fin dei conti, si può fare del bene anche senza necessariamente indossare il saio…».

Come ha scoperto la Fede? «Per quanto riguarda il mio rapporto con la Fede in Dio, vorrei descriverlo partendo un po’ a monte dei tempi attuali. Sono nato in una famiglia in cui la Fede cattolica era solida e molto radicata e anche in me, fin da giovanissimo, la Fede era viva…».

Poi cos’è cambiato? «Nella mia gioventù c’è stato un periodo "buio" in cui, alla Fede, si sovrapposero… altri interessi. Ma durante la carcerazione quella Fede sommersa, ma che comunque c’era, è riemersa totalmente ed è divenuta così importante che è da quella che ora mi voglio far guidare».

Nonostante la condanna all’ergastolo, ha ormai maturato i termini per ottenere i permessi-premio per uscire dal carcere. Li ha già richiesti? «Come ha detto lei, sarei già nei termini, come tempi, per ottenere i primi permessi di uscita. Per la burocrazia e il sistema carcerario, però occorrono anche altri requisiti per poterli richiedere. Io sto, per l’appunto, attendendo che maturino questi requisiti».

Quale sarà la prima cosa che farà quando lascerà il carcere? «Quando potrò uscire la prima cosa che farò, se possibile, sarà una passeggiata immerso nella natura, in aperta campagna. Voglio potermi guardare attorno vedendo solo il verde della natura e non sbarre o cemento».

Cosa le manca di più della libertà? «La lista ovviamente sarebbe molto lunga. Volendo citare solo le cose più importanti, oltre al contatto con la natura mi mancano gli affetti, le amicizie vere e l’essere attorniato da persone tranquille che abbiano repulsione per la violenza e amino i "veri" valori. Non sto facendo retorica, ciò che ho appena detto lo penso veramente. Tutto il resto passa in secondo piano…».

La «leggenda» vuole che in carcere lei riceva molte lettere di ammiratrici… «Diversi anni fa ho effettivamente ricevuto lettere da "ammiratrici", per usare le sue parole. Tra queste persone che mi hanno scritto, qualcuna l’ho ritenuta poco veritiera o non mi ha lasciato un recapito a cui rispondere. Ad altre ho risposto e con qualcuna ho allacciato dei rapporti epistolari piuttosto duraturi».

Nel suo futuro si vede con una donna a fianco? Le piacerebbe sposarsi? «In futuro, beh… la cosa è piuttosto controversa. Per essere schietto l’idea non mi dispiacerebbe affatto ma, per una serie di motivi che non sto a spiegare, ritengo che mi sentirò meglio se, invece di legarmi a una persona in particolare, mi dedicherò totalmente a voler bene e aiutare chiunque si trovi nel bisogno. Magari in accordo con qualche ente assistenziale…».

Ripensa mai alle donne che ha ucciso? «Lei mi porta su terreni che definirei… "sdrucciolevoli". Ma non prenda le mie parole come una lamentela: era ovvio che avremmo affrontato anche argomenti non propriamente facili o leggeri. Nonostante sia passato un bel po’ di tempo, io ci penso eccome alle ragazze decedute. Nei miei ricordi però quelle ragazze sono vive, ed è così che vorrei continuare a ricordarle».

Si sente responsabile della loro morte? «Dal momento che gli inquirenti dicono che ho commesso quei fatti - devo dire così poiché di quei fatti io non ho mai avuto il ricordo - è ovvio che mi debba sentire responsabile. Ora però sono io a farle una domanda: quanto mi dovrei sentire responsabile se sapessi che in quei momenti non ero cosciente di ciò che facevo?»

Dopo vari pareri discordanti, la sentenza definitiva l’ha dichiarata capace di intendere e di volere. Che risposta si è dato alla sua domanda? «Naturalmente non posso pretendere che mi si creda solo sulla parola quando dico che, se fossi stato cosciente, quei fatti non sarebbero avvenuti. Ripercorrendo quanto accaduto, però, varie cose farebbero pensare, in modo abbastanza inequivocabile, all’operato di qualcuno che non è in sé… Immagini, solo come ipotesi, che qualcuno potesse dimostrare che ero inconsapevole. Pensa che in tal caso mi si potrebbe mettere all’indice come colpevole? Ma allora, sapendo che il dubbio esiste, non crede che si sia puntato il dito su di me con troppa facilità?».

A chi si riferisce? «Non solo all’operato dei mass media, ma all’operato di chiunque mi ha giudicato».

Perché ha voluto rilasciare questa intervista? «Io sono già stato condannato, quindi non è l’estremo, e a volte penoso, tentativo di difesa dalla condanna. In cuor mio so di cosa sono responsabile, ma quello è un problema che riguarda solo me e la mia coscienza. Parlo ora perché mi piacerebbe che, una volta tanto, a ogni cosa fosse dato il suo giusto nome e si considerasse che, oltre al bianco e al nero, esiste anche il grigio…».


Anora una volta, Stevanin, ribadisce di non ricordare gli omicidi da lui commesso e, di conseguenza, continua ad adoperare il meccanismo difensivo della "
Negazione e Razionalizzazione", che nello pecifico consiste nel negare fermamente un evento, un sentimento o un fatto commesso (come ha fatto Stevanin prima dei processi), anche se osservatori esterni (le forze dell' ordine) hanno la certezza che sia stato lui a compiere quelle azioni. "La Megazione (scrivono De Luca e Mastronardi nel libro I Serial Killer) permette di non ammettere o di non acquisire coscienza di un fatto psichico che potrebbe causare conseguenze negative". "La Razionalizzazione viene, invece, usata per fornire una ragione fittizia, ma plausibile, per una certa azione o impulso, mentre la motivazione reale è tutt' altra e molto evidente a un ossevatore esterno".
Quindi, Stevanin, nega fino a quando non viene messo davanti all' evidenza da prove schiaccianti (cadaveri, foto, testimonianze, ecc...) e, quando non può più negare tenta di dare una spiegazione lucida alternativa (se ho ucciso non ero in me).
Sembra il solito clichè dei serial killer, speriamo di non ricadere nelllo stesso errore fatto con gente come Antonio Mantovani, Angelo Izzo, Maurizio Minghella e tanti altri.
Ad oggi non esiste una terapia atta a trattare l' omicida seriale, se non chiuderlo in un' istituzione totale come il carcere.


Per conoscere meglio le vicende riguardanti Gianfranco Stevanin , vi rimando alla sottosezione biografie serial killer , nella sezione dowload ( qui ) , dove potreste scaricare una sua biografia . Oppure visionare il materiale su di lui che si trova nella sezione videoteca , cioè :
STEVANIN : Il Killer Delle Prostitute e Gianfranco Stevanin - Il Lupo Mannaro .